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Lebbrosi e vedove radunati per la distribuzione dei viveri

Racconto dell’ultima missione

Burkina Faso, febbraio 2025

L’ultima missione in Africa risaliva al 2020. Il fermo imposto dalla pandemia ha spinto il nostro parroco, don Giuseppe Nicolella, a decidere di ripartire.

Quello che abbiamo portato

Siamo riusciti a portare in Burkina il denaro raccolto, insieme a 140 kg di medicinali, occhiali da vista, abiti per bambini di tutte le età, cuffiette di lana per lattanti, una ventina di chili di caramelle e qualche bottiglia di limoncello.

14.000 € consegnati subito per avviare i lavori edili
5.000 € aggiunti immediatamente dopo
9.720 € per i bambini adottati a distanza
140 kg di medicinali portati in Burkina
Un solo compagno di viaggio
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Un solo compagno di viaggio

Anche se molti sono stati gli appelli, ad unirsi a noi è stato solo il signor Vincenzo Orrea. Si è rivelato un ottimo amico e collaboratore, partecipando attivamente alla missione e soprattutto prendendosi cura di noi, non facendoci mancare mai la preziosa acqua da bere e altre cose necessarie.

È diventato l’elemento di unione con i bambini e i malati: di notte, in silenzio, passava per le corsie, quasi di nascosto, e distribuiva caramelle, ricalcando in qualche modo la figura di ottocentesca memoria della «Dama della lampada». Ai bambini non ha mai fatto mancare giochi con il pallone, caramelle, t-shirt, sorrisi, abbracci e coinvolgimento, insegnando a molti di loro a gridare: «Pizza buona, viva Napoli».

Vincenzo, da buon poliziotto qual è, indagatore e sospettoso, ha dichiarato pubblicamente che uno dei motivi che lo hanno spinto a intraprendere questo viaggio è stato quello di verificare «dove finissero i soldi e come fossero utilizzati». Ha potuto poi testimoniare che quanto donato veniva consegnato interamente ai destinatari, senza che nulla fosse sottratto.

La richiesta che ha cambiato tutto
La posa della prima pietra del blocco chirurgico al Candaf
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La richiesta che ha cambiato tutto

Mentre ci accingevamo a scegliere il periodo del pellegrinaggio, ad acquistare i biglietti, a fare i vaccini obbligatori, a ottenere i visti, a stipulare le assicurazioni, a iscriverci all’unità di crisi, è giunta inaspettata una particolare richiesta di aiuto dall’allora dirigente del Candaf — centro di accoglienza per malati di AIDS e sifilide, poi convertito in presidio ospedaliero plurifunzionale — padre Modeste Oueadrogo, sacerdote e medico cardiologo.

La proposta riguardava la drammatica situazione delle gestanti che dovevano ricorrere al taglio cesareo, e la necessità di realizzare una sala chirurgica completa dedicata a loro. La struttura del Candaf era ed è totalmente sprovvista di sale chirurgiche per le emergenze e i parti cesarei: perciò le partorienti vengono inviate all’ospedale civile, a cui non si rivolgono volentieri perché tutto si paga caro, mentre i Camilliani offrono assistenza sanitaria quasi del tutto gratuita.

Le donne che non hanno denaro per pagare un parto cesareo presso l’ospedale civile hanno due sole scelte: indebitarsi a vita, o «vendere una figlia» a scopo matrimoniale o come serva; oppure rivolgersi alle cosiddette «mammane», con il risultato che il nascituro muore e con lui spesso anche la madre.

Questa richiesta ha fatto scattare la macchina della solidarietà. Grande e commovente è stata la risposta degli isolani e degli amici italiani e stranieri: da una coppia di collaboratori del parroco fu organizzata l’iniziativa del «panettone solidale», tutti i fine settimana dopo la messa, nei mesi di novembre e dicembre.

L’arrivo
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L’arrivo

L’inizio non è avvenuto sotto i migliori auspici: la compagnia aerea ha cancellato il nostro volo nel giorno prestabilito, ma provvidenzialmente siamo riusciti a partire il giorno successivo, non senza ansia e apprensione.

Arrivati nella capitale a notte fonda, dopo circa nove ore di volo e difficili controlli doganali e di polizia, siamo stati finalmente accolti da padre Edgard, padre Modeste e altri confratelli. Abbiamo trascorso il resto della notte in un dormiveglia, sia per l’emozione sia per il pensiero del trasferimento che ci attendeva.

Partimmo da Ouagadougou poco prima delle 12, arrivando nel tardo pomeriggio a Koupèla, a circa 150 km dalla capitale, non senza difficoltà: abbiamo superato vari posti di blocco militari e stazionamenti. Finalmente, all’oasi di Santa Teresa, accolti da suor Elodie e dalle consorelle, abbiamo goduto di soggiorno e ospitalità eccellenti, pur patendo la mancanza di acqua e di aria condizionata.

Koupèla e Tenkodogo
Un giovane minatore
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Koupèla e Tenkodogo

Abbiamo visitato il centro dei malati di mente, unico centro assistenziale nel sud-est del Burkina, realizzato da monsignor Prosper Kontiebo. Abbiamo poi potuto vedere e abbracciare quasi tutti i bambini adottati a distanza. Il parroco don Giuseppe Nicolella ha avuto modo di far valere le sue qualità culinarie, cucinando per alcuni confratelli della diocesi di Koupèla.

Abbiamo acquistato capre da latte per famiglie con bambini piccoli e visitato una miniera d’oro, pagando un «mediatore» che garantisse la nostra sicurezza: qui i nasara, gli uomini bianchi, non sono bene accetti.

La porta dell’inferno
Un pozzo della miniera: largo meno di un metro, profondo fino a 40
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La porta dell’inferno

Secondo le informazioni ricevute, più del 70% dei minatori e delle loro famiglie nasce, vive e muore senza mai uscire dalla miniera. Questa vera e propria porta dell’inferno non è descrivibile: pozzi profondi tra i 10 e i 40 metri e larghi non più di un metro, totalmente privi di ricambio d’aria — viene soffiata l’aria già calda dalla superficie tramite tubi di plastica, simili ai nostri sacchi per l’immondizia.

Spesso vengono calati giovanissimi ragazzi, poco più che bambini, che scavano riempiendo sacchi tirati poi fuori e setacciati per estrarre l’oro. Questi ragazzi non hanno una vita lunga, perché tutti sono destinati a morire prematuramente di silicosi o cancro ai polmoni.

Sono certo che andranno direttamente in Paradiso, avendo già patito le pene dell’inferno qui in terra.

Al Candaf, e il Giubileo
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Al Candaf, e il Giubileo

Dopo cinque giorni a Koupèla e Tenkodogo siamo stati ospiti del Candaf, dove abbiamo avuto acqua corrente a sufficienza ma senza aria condizionata. Poiché anche di notte la temperatura media era tra i 30 e i 35 gradi, il riposo non è stato dei migliori; ottimi però gli alloggi e i pasti preparati dal giovanissimo e bravissimo cuoco Pierre.

Qui il parroco ha avuto la grazia di partecipare al Giubileo del Burkina Faso per i primi 125 anni dall’arrivo del cattolicesimo nel paese: ha concelebrato con sua eccellenza il cardinale Pietro Parolin e altri confratelli alla presenza di poco meno di tre milioni di persone. La celebrazione, iniziata alle 9, è finita alle 14.

Abbiamo fatto visita a suor Caterina Paladino, della fraternità di Emmaus di Angri, a Sabaa, quartiere periferico, dove la suora con la sua organizzazione italiana sta costruendo una seconda grandissima cittadella che ospiterà in alloggi dedicati studenti e numerose famiglie; i membri di queste ultime saranno formati come catechisti e poi inviati a evangelizzare. I costruttori — muratori, manovali, idraulici, falegnami, elettricisti, medici, infermieri, insegnanti, giovani, studenti, tecnici — sono tutti italiani: donano uno o due mesi della loro vita e del loro lavoro, dedicandosi per più di dodici ore al giorno alla realizzazione di queste opere indispensabili. Onore a loro, per la maggior gloria di Dio.

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Sakoula e Paspanga

Sono stati poi visitati i due siti destinati ai lebbrosi, Sakoula e Paspanga: in uno vi sono i campi agricoli con coltivazioni varie e allevamenti di capre, pecore e maiali; l’altro è adibito ad abitazioni, luogo comune e infermeria, dove le piaghe da lebbra vengono medicate due volte a settimana.

La lebbra esiste ancora, anche se per salvare da questa malattia un bambino occorrono solo 85 euro al mese, per soli dodici mesi.

Le vedove di Tanghin
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Le vedove di Tanghin

Nella zona di Sakoula, vicino al campo agricolo dei lebbrosi, ci sono le vedove, raccolte in un ampio spazio con dormitori costruiti appositamente per loro dal santo uomo camilliano laico fratel Vincenzo Luise, deceduto a Sora il 3 agosto 2024: grandissimo servo nella vigna dell’unico Padrone, definito «il camorrista di Dio».

Queste vedove vengono quasi sempre scacciate dai propri villaggi perché accusate di essere féticheuses e di fare «fatture a male»; vengono chiamate le «streghe di Tanghin». Sono povere vecchie, settecento circa al momento.

Se dovessero restare nei propri villaggi sarebbe un rischio enorme per loro: una volta allontanate dal gruppo, qualche tempo dopo il capo villaggio applica la più odiosa delle leggi tribali, rogo o lapidazione. A costoro ancora oggi vengono assicurati viveri, medicinali e una vita senza rischi, raccogliendo l’eredità di fratel Vincenzo.

Un momento di leggerezza
Sul fiume Volta, a tu per tu con il coccodrillo
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Un momento di leggerezza

Alla fine ci siamo concessi un momento ludico, visitando un’ansa del fiume Volta in cui staziona un branco di coccodrilli: qui il nostro parroco si è lasciato andare a pratiche di avvicinamento e addomesticamento del «selvatico», a imitazione di san Francesco d’Assisi con il famoso lupo.

Non si è giunti, però, agli abbracci con il coccodrillo. Ma speriamo in un prossimo viaggio.

Continueremo l’aggiornamento dopo la prossima missione.