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Un affluente del Rio delle Amazzoni

Memoria

I nostri mentori

Due persone ci hanno guidato e formato nell’attività missionaria. Non ci sono più, ma il modo in cui lavoriamo oggi viene da loro.

1936 – 2025 · Missionario del PIME in Amazzonia

Padre Benito Di Pietro

Nato a Cappadocia, in provincia dell’Aquila, il 25 agosto 1936, è stato ordinato sacerdote nel 1963 e nel 1967 è partito per la foresta amazzonica. Ha operato principalmente a Nhamundá e nell’isola di Parintins, dove si è distinto per il forte impegno sociale: la costruzione di chiese, asili, scuole professionali e case di accoglienza per ragazzi di strada, oltre ad aver avviato centinaia di adozioni a distanza.

Dopo alcuni anni di servizio pastorale in Italia, a Ducenta, studiò il portoghese a Manaus e si trasferì a Nhamundá, dove per quindici anni si dedicò con passione all’assistenza dei bambini, promuovendo iniziative educative e sociali.

Nel 1990 fu nominato parroco di Nostra Signora di Lourdes, dove fondò numerose comunità di base e assunse il ruolo di coordinatore del progetto «Adozioni a distanza», offrendo sostegno a circa 2.700 famiglie. Non trascurò le comunità rurali, per le quali fece costruire diverse chiese in muratura.

Nel 2005 fu chiamato a guidare la parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, continuando i progetti sociali avviati in precedenza e riservando una particolare attenzione alle popolazioni indigene, per le quali fece realizzare gli uffici dell’organismo che ne tutela i diritti. Nel 2012 il Municipio di Parintins gli conferì una prestigiosa onorificenza dello Stato dell’Amazzonia.

Nel 2016, per motivi di salute, rientrò definitivamente in Italia, accolto presso la Casa del PIME Beato Giovanni Mazzucconi di Rancio di Lecco, dove ha concluso il suo cammino terreno il 15 settembre 2025, a 89 anni.

Nell’ufficio della missione, con le famiglie delle adozioni a distanza
Nell’ufficio della missione, con le famiglie delle adozioni a distanza
Con la comunità indigena Sateré-Mawé
Con la comunità indigena Sateré-Mawé

Yago, e la sedia

Arrivo dalla visita a un bambino di cinque anni, Yago Leandro. Ormai siamo amici. Ha la testa più grande del normale, sproporzionata rispetto al corpo. È nato a Manaus ma, quando il padre l’ha visto, è fuggito, e la mamma è tornata a Parintins portandoselo in braccio. Ora vive con lei e la nonna in una casetta di tavole, in un’area di favela.

Yago non aveva una sedia confortevole e neppure un materasso. Così gli abbiamo comprato una sedia reclinabile a rotelle e un materasso ortopedico. Vedeste come è stato felice nel sedervisi e fare movimenti per trovare una posizione confortevole. Una buona famiglia italiana l’ha anche adottato a distanza.

La comunità di San Sebastiano

Domenica pomeriggio sono andato a fare una visita nella sede della comunità «San Sebastiano», in una via dal nome curioso: rua do degola, via del decapitato, perché vi fu giustiziato un poveraccio. Il centro della comunità è un baraccone, costruito nell’orto di un signore del posto.

C’erano una trentina di bambini dalla prima alla quarta elementare, guidati da tre giovani insegnanti che danno ripetizioni gratuitamente per circa due ore, tre volte la settimana. Tra di loro c’era una bambina, Ingrid, di quasi cinque anni. Era seduta sulle ginocchia della mamma con i piedini incrociati, perché è nata con un difetto delle articolazioni. I bambini la circondavano di simpatia. La bontà del Signore si manifesta continuamente, anche senza far rumore, e porta conforto e speranza ai cuori affranti.

Alba in Amazzonia

«Sono appena uscito da casa per lodare il Signore, con qualche salmo ecologico, e godermi un po’ il sorgere del sole, che comincia a schiarire l’altra riva del Rio, mentre una brezza soave mi accarezza dolcemente il viso.»

L’acqua scende calma verso l’Oceano. Qualche uccello fa il primo volo. Nel mezzo della corrente s’intravede una barca che a fatica cerca di vincere la resistenza: è una bajara, stretta e lunga circa cinque metri. Si scorgono sei persone sedute e rannicchiate. Scene come queste sono comuni, gente che sfida i pericoli della navigazione.

Il sole ora risplende alto. Sulla riva hanno attraccato varie barche cariche di pesce preso durante la notte. La via alle mie spalle brulica di gente che raggiunge i posti di lavoro, di bambini col sacchetto pieno di panini per la colazione, di biciclette e moto che sfrecciano. La città s’è svegliata, ed è un piacere assistere alla vivacità del caboclo che spera in un giorno felice.

Cari amici, abbiate pazienza se, quando scrivo, vi racconto cose spiacevoli; ma se leggete bene tra le righe potrete scorgere quella pace che difficilmente si trova in altri luoghi.

Un villaggio di palafitte sul fiume
Un villaggio di palafitte sul fiume
Il capo del villaggio, con i colori della festa
Il capo del villaggio, con i colori della festa
Uno scorcio delle cascate di Iguassu, le più grandi al mondo: toccano tre stati, Brasile, Argentina e Paraguay
Uno scorcio delle cascate di Iguassu, le più grandi al mondo: toccano tre stati, Brasile, Argentina e Paraguay
La piena del Rio
La piena del Rio
Con le donne del villaggio indigeno
Con le donne del villaggio indigeno
Le ninfee giganti
Le ninfee giganti

1935 – 2024 · Religioso camilliano in Burkina Faso

Fratel Vincenzo Luise

Ha speso decenni a Ouagadougou e dintorni curando malati di lebbra, tubercolosi, AIDS e malaria. Ha fondato ambulatori, un ospedale e case di accoglienza per le donne anziane abbandonate per la strada. La sua opera è stata a lungo sostenuta da associazioni e gruppi di volontari italiani. È morto a Sora il 3 agosto 2024, a 89 anni.

Ciò che il fratello della congregazione di san Camillo sottolineava è che l’amore e il rispetto della dignità dell’uomo fanno sì che ogni persona ospite si senta accolta e amata. «Siamo strumenti nelle mani del Signore», ci ha detto. «Io non sono nulla, ma nelle sue mani divento uno strumento importante per dare dignità e voce a queste persone, ultime tra le ultime.»

Barba e capelli incolti, vestito lacero e trasandato su cui spicca una grande croce rossa, una guida spericolata nell’immensa e desolata periferia della capitale. Per fratel Vincenzo l’ospedale è la strada, le capanne, i poveri. Nel suo fuoristrada entrano sette-otto scugnizzi che lo accompagnano per distribuire medicine nelle capanne, curano con lui le piaghe dei lebbrosi, comprano yogurt per una donna in fase terminale arsa dalla febbre, portano a una malata grave un sacchetto di fragole: l’ultimo desiderio prima di morire.

Si prendeva cura di circa 800 lebbrosi e dei loro familiari, provenienti da Burkina, Mali e Costa d’Avorio; di 450 donne abbandonate nei villaggi o raccolte per la strada perché accusate di stregoneria; e di una cinquantina di persone con disturbi mentali. Procurava loro riso e miglio per l’unico misero pasto di mezzogiorno, del sapone, una coperta. E a Natale un pacchetto di caramelle.

Come faceva a sostenere tutte queste persone? Se lo chiedevi all’interessato, rispondeva levando gli occhi in alto: «Guagliò, ma tu ci credi alla Provvidenza? Adesso che hai visto tutto questo anche tu ti farai Provvidenza, lo racconterai agli amici e lo scriverai».

Fratel Vincenzo Luise
Lebbrosi e vedove radunati per la distribuzione
Lebbrosi e vedove radunati per la distribuzione

«Camorrista» di Dio

Lo si potrebbe dire un barbone tra i barboni, ma anche uno che si fa lebbroso tra i lebbrosi, tanto si identifica con le loro ferite. Burbero, ma capace di una carezza. Prepotente, ma che si disfa il cuore in mille pezzi per una folla di «streghe» e sperduti mentali, che rispondono sempre con un largo sorriso.

Basso, tarchiato, capelli bianchi lunghi e incolti, barba altrettanto lunga e incolta: fratel Vincenzo Luise sembra uscito da un film d’avventura. E in effetti la sua vita è stata un’avventura, al servizio di Dio e dei fratelli più poveri. Nato a Napoli, anzi a Spaccanapoli, da ragazzino era la disperazione di sua madre. Sempre in giro con una banda di altri ragazzini, prepotente, selvaggio. «Ero un vero camorrista», dice di sé ragazzo.

Poi l’incontro con il Signore, come sulla via di Damasco, improvviso. Decide di farsi camilliano. Nessuno crede che durerà nel suo proposito. «Invece eccomi qui, camilliano al cento per cento, in missione, come avevo desiderato.»

Il magazzino dei miracoli

Incredibilmente disordinato: nel suo studio-magazzino-rifugio, dove approdano tutti i disperati del mondo in cerca di cibo, di cure, di attenzione, sono ammassati alla rinfusa sacchi di riso e miglio, scatole di siringhe usa e getta, medicinali, zucchero, caramelle, carta, i più incredibili attrezzi, lampadine, penne a sfera, quaderni di scuola, strumenti musicali. Dal fondo buio degli angoli può venir fuori di tutto.

Il tavolo è così ingombro che, se deve scrivere qualcosa, prima deve fare spazio con una manata, buttando tutto per terra. Insomma, un disastro.

La sua fede è tumultuosa come la sua vita. Dice: «Chissà se il Signore mi accoglierà in Paradiso, quando morirò?». Avrebbe dei dubbi? «Sì, sono troppo fortunato. Posso fare troppe cose buone, qui, tra questa povera gente: di tutto dovrò rispondere.»

La giornata

Comincia presto al mattino, con la liturgia delle ore e la santa messa, in comunità. Poi, dopo aver preso in piedi una tazza di caffè, schizza fuori, salta — letteralmente, nonostante età e stazza — sul suo fuoristrada carico di pop corn e di siringhe, di sacchetti di riso e di antibiotici, i vetri sempre coperti di polvere rossa. Un’auto assolutamente in linea con il guidatore.

Prima va a controllare lo stato di avanzamento dei lavori della costruenda casa di accoglienza per malati di AIDS abbandonati. Dà istruzioni al geometra e al capocantiere, saluta un vecchio signore che sta lì come se fosse la guardia, controlla che non abbiano rubato materiali e se ne va infilando giaculatorie con lo stesso tono che se fossero imprecazioni.

Poi giù, verso un gruppo di case della periferia. «Qui ci sono ancora lebbrosi, e mica pochi.» Entra nelle case, i bambini gli corrono incontro e gli si appiccicano alla veste. Gli adulti, più rispettosamente, lo salutano con sorrisi tristi. Per tutti ha una battuta: chissà cosa capiranno, questi, del suo franco-partenopeo. Medica piaghe che arrivano alle ossa, ferite antiche che non si rimargineranno mai.

Ancora sul fuoristrada, lungo il barrage che protegge l’acqua che disseta la città. Con la mano indica una serie di campicelli, con orgoglio: «Vedete? Sono i campi dei lebbrosi. Ciascuno ne ha un pezzo e ci coltiva piante ornamentali, ortaggi, frutta che poi vende. Così ci ricava da vivere con la famiglia».

Le «streghe» di Tanghin

Sono povere vecchie, scacciate dai propri villaggi perché accusate di essere féticheuses e di fare «fatture a male». Si decide di allontanarle dal gruppo e, dopo qualche tempo, il capo villaggio applica la più odiosa delle leggi tribali: rogo o lapidazione. Povere vecchie innocue, quasi tutte un po’ fuori di testa, quindi non in grado di gestirsi.

La carità pubblica le ospita in un’officina abbandonata: una serie di capannoni bui, in cui queste poverette vivono alla meno peggio. Coltivano arachidi, filano cotone, tessono stuoie. È il Centre Delwende di Tanghin, diretto da due suore dell’Immacolata Concezione di Ouaga. La municipalità dà i denari per acquistare la legna per i foyers améliorés, sui quali vengono cotti 450 pasti al giorno: praticamente questa gente vive con un solo pasto, ed è già molto.

Insieme alle anziane c’è anche un gruppo di cinquanta uomini con forti disturbi mentali, confinati qui e praticamente abbandonati senza cure. Fratel Vincenzo porta medicinali, viveri, allegria. Per tutti ha una battuta, una carezza. Le povere bocche sdentate ridono felici: qualcuno si occupa ancora di loro.

La distribuzione dei viveri
La distribuzione dei viveri
La cucina delle vedove
La cucina delle vedove
Un alloggio per le vedove
Un alloggio per le vedove
Un’anziana accolta nel centro
Un’anziana accolta nel centro
Le vedove di Tanghin
Le vedove di Tanghin

«Un missionario è colui che si spoglia del suo passato e si fonde nella realtà. Essere missionario significa uscire dal guscio in cui si è nati e camminare incontro ad altri popoli, lasciandosi toccare dalla sofferenza umana, vivendola in prima persona.»

Il loro lavoro continua nei progetti che sosteniamo oggi.