Ha speso decenni a Ouagadougou e dintorni curando malati di lebbra, tubercolosi, AIDS e malaria. Ha fondato ambulatori, un ospedale e case di accoglienza per le donne anziane abbandonate per la strada. La sua opera è stata a lungo sostenuta da associazioni e gruppi di volontari italiani. È morto a Sora il 3 agosto 2024, a 89 anni.
Ciò che il fratello della congregazione di san Camillo sottolineava è che l’amore e il rispetto della dignità dell’uomo fanno sì che ogni persona ospite si senta accolta e amata. «Siamo strumenti nelle mani del Signore», ci ha detto. «Io non sono nulla, ma nelle sue mani divento uno strumento importante per dare dignità e voce a queste persone, ultime tra le ultime.»
Barba e capelli incolti, vestito lacero e trasandato su cui spicca una grande croce rossa, una guida spericolata nell’immensa e desolata periferia della capitale. Per fratel Vincenzo l’ospedale è la strada, le capanne, i poveri. Nel suo fuoristrada entrano sette-otto scugnizzi che lo accompagnano per distribuire medicine nelle capanne, curano con lui le piaghe dei lebbrosi, comprano yogurt per una donna in fase terminale arsa dalla febbre, portano a una malata grave un sacchetto di fragole: l’ultimo desiderio prima di morire.
Si prendeva cura di circa 800 lebbrosi e dei loro familiari, provenienti da Burkina, Mali e Costa d’Avorio; di 450 donne abbandonate nei villaggi o raccolte per la strada perché accusate di stregoneria; e di una cinquantina di persone con disturbi mentali. Procurava loro riso e miglio per l’unico misero pasto di mezzogiorno, del sapone, una coperta. E a Natale un pacchetto di caramelle.
Come faceva a sostenere tutte queste persone? Se lo chiedevi all’interessato, rispondeva levando gli occhi in alto: «Guagliò, ma tu ci credi alla Provvidenza? Adesso che hai visto tutto questo anche tu ti farai Provvidenza, lo racconterai agli amici e lo scriverai».